Pietre di inciampo

PIETRE DI INCIAMPO

Proprio davanti alla mia casa, in corso Magenta 55, ci sono, incastrate nell’asfalto del marciapiede, tre piccole targhe di ottone con incisi altrettanti nomi e le date di nascita e di morte. Ricordano i cittadini ebrei Alberto Segre, padre di Liliana Segre, e i suoi nonni Giuseppe Segre e Olga Loevvy Segre che lì abitavano, tutti deportati ad Auschwitz, i due nonni quando erano già anziani, e assassinati in quel campo di sterminio nella primavera del 1944.

Quelle targhe, chiamate Pietre di inciampo, sono state collocate a Milano, Roma e altre città ciascuna dinanzi alla casa ove abitava un deportato, e, infisse in uno spazio di passaggio, sono un “inciampo” mentale, inducono chi vi passa, incuriosito, a fermarsi, leggere e pensare anche più di targhe o iscrizioni poste su un muro.

In questi giorni d’estate molti turisti, corso Magenta è la via che porta a Santa Maria delle Grazie e al Cenacolo, si fermano, leggono, spesso fotografano le targhe. Qualcuno fatica a capire, sono scritte in italiano, e mi è capitato di avvicinarmi e di spiegare a qualcuno di loro il significato di quelle strane placche sul terreno. Lo faccio volentieri anche perché Alberto Bellipaci, figlio di Liliana e nipote delle vittime, è il mio amico di più lunga data, mio compagno di scuola sin dalla prima elementare.

Ho conosciuto a Milano giovani stolidamente affascinati dal nazismo, dai suoi riti e dai suoi simboli.

Vorrei chiedere a qualcuno di loro, dopo aver parlato con lui come con chiunque, cosa avrebbe fatto in una realtà virtuale.

Se avesse bussato alla loro porta qualcuna di quelle persone in fuga, avrebbero chiamato le SS o li avrebbero nascosti?

Spero sempre nella seconda risposta.